L'antenato di Serrone era Cane Bianco.
Secondo i racconti dei "vecchi", "cane bianco" era l'appellativo con cui veniva identificato un signore che abitava presso la sommita'; del "Colle di Cosmo" che prende il nome proprio da lui che si chiamava Cosmo.
Secondo nonno Vincenzo, Cosmo, che fu detto del Cane Bianco, venne raggirato e indotto a firmare un documento che lo espropriava della sua casa sita nel centro urbano di Roccascalegna. Per questo motivo fini'; a Finocchieto, contrada di Roccascalegna, sul colle che ancora oggi porta il suo nome, dove possedeva un casolare (Svil.G) che ho conosciuto perche' era vicino alla scuola elementare di Finocchieto.
Il sig. Cosmo era "ricercato" perche'; gestiva una "monta verrina", di sua proprieta', che viniva usato dai contadini della zona per ingravidare le proprie scrofe.
I suoi discendenti danno vita a due stirpi del luogo: i Matteo ed i Serrone.
I Matteo sono meno numerosi dei Serroni.
L'insediamento principale dei discendenti di Cosmo, Matteo, Nicola e Carmine, che a tutt'oggi costituisce il nucleo centrale della contrada, e' ai piedi del Colle di Cosmo, in luogo meno esposto e piu' accessibile. Il luogo di origine di Cosmo, sempre secondo nonno Vincenzo, sarebbe stato la provincia di Caserta.
I Serrone, discendenti di Berardino, figlio del suddetto Nicola, hanno avuto momenti di notevole importanza per il luogo. Ancora oggi e' possibile trovare qualche famiglia in vista.
Molti "serrone", Di Donato di cognome, sono emigrati da Roccascalegna, in vari tempi. Ci sono dei rami in Argentina ed altri in varie citta' italiane.
L'origine remota, per il tempo, della famiglia Di Donato ed il luogo d'origine incerto potrebbe anche deporre a favore di Serrone, Comune della Provincia di Frosinone in ciociaria. A proposito, Come si chiamano gli abitanti di Serrone? Noi li abbiamo chiamati Serroni!
A Roccascalegna sono molti i Di Donato. Sono diffusi in parecchie contrade e nel capoluogo comunale. Ne troviamo a Collebuono, alle Solagne "quelli di Maccheluccie" (di Micheluccio), a Fontacciaro, nel capoluogo comunale abbiamo "quelli della Stanga", a Finocchieto e Collegrante "quelli di Serrone", ad Articciaro in zona Taccone, il ramo dei Di Donato a Collegrande e' ultimo insediamento dei serroni e dei Matteo.
Ma i Di Donato, a Roccascalegna, quando sono arrivati?Non è dato a sapere quanti figli ebbe Cosmo Cane Bianco. quel che e' certo e' che uno di essi era Nicola padre di Berardino detto Serrone. I figli di Berardino hanno "rinnovato" i nomi di Cosmo e Nicola, i nipoti di Berardino hanno "rinnovato" i nomi di Berardino, Cosmo e Carmine (figlo di Berardino e padre di nonno Vincenzo), poi ritroviamo Carmine, Nicola, Cosmo e Berardino e siamo ai giorni nostri. Con i nomi più ricorrenti e piu' vicini a Berardino si puo' solo immaginare degli scenari, stando ai racconti, che avvalorano la tesi che Nicola fosse figlio di Cosmo (Cane Bianco).
Notizie certe non ce ne sono ma alcuni racconti fanno supporre che tra i figli di Cosmo ci fossero anche Matteo e Carmine. Se poi si dovesse dar valore ai beni immobili ereditati dobbiamo registrare che i Matteo hanno abitato, fino al 1980 in un caseggiato condiviso con i Serroni in parti uguali, anche se negli ultimi decenni del secolo XX ci sono stati degli avvicendamenti. Qualcuno dei vecchi parlava di citazioni, in atti notarili riguardanti Vincenzo76, tipo "detto Cane Bianco" in riferimento al proprieterio del bene in atto.
Sempre dai racconti, Nicola, padre di Berardino, sarebbe nato nel caseggiato (Svil.F) comune con i Matteo ma da adulto ha costruito una nuova casa, dove abitare da sposato, nell'attuale cetro della contrada (allora Pagliari Ciccotrella Svil.C), condiviso, il Centro, con un'altra grande famiglia del posto: i Venanzi. Alla costruzione originaria si sono addossate altre costruzioni successive fino a divetare una specie di grande condominio con altre costruzioni vicine. Realizando una sequenza continua dalla prima casa, costruita presumibilmente da Cosmo alla base del colle omonimo, all'ultima (Svil.D), seguendo la strada, costruita presumibilmente da Berardino padre di Carmine e nonno di Vincenzo76, a cui sono statte addossate altre due abitazioni gemelle finite in eredità a Vincenzo76 e suo fratello Pietro. Anche i possedimenti agrari, spesso confinanti farebbero propendere per una comunanza ereditaria tra i Serroni ed i Matteo. A riguardo è bene considerare che la quasi totalita' dei possedimenti dei Serroni sono stati acquisiti da Berardino giacche' il testamento del padre Nicola, redatto nel 1864 in favore dei nipoti Carmine, Antonio e Nicola e' poca cosa rispetto ai possedimenti totali dei Serroni nel XX secolo. Ad intrecciare ulteriormente i legami c'e' la storia di Carmine, figlio di Cosmo e fratello di Nicola e Matteo. Carmine , detto "Giacchenielle" ebbe tre figlie Marta Annantonia e MariaRosaria ( Za' Maresarie"). MariaRosaria sposa Antonio che essendo il figlio di Berardino sposa una donna della generazione precedente alla sua, cioè la cugina del padre se Carmine è fratello di Nicola. Porta in dote un quarto del fabbricato di matteo. Marta sposa Fiorangelo Giangiordano, capostipite dei Venanzi, portando in dote un quarto del fabbricato di matteo. Annantonia sposa Damiano Olivieri, di Collegrande, non ho notizia della dote, forse solo terreni. I serroni si imparenteranno ancora, in seguito, con i Damiano. Vedi la figlia di Pietro figlio di Carmine e, una generazione dopo, Maria figlia di Vincenzo76 sempre figlio di Carmine. La grande differenza di età, all'epoca, tra i primi figli e gli ultimi crea confusione, in base ai nostri canoni, nella ricostruzione delle discendenze. Vincenzo76 ha sedici anni meno del fratello Pietro aggiungendo il matrimonio precoce di Pietro e tardivo di Vincenzo76 abbiamo un lustro di differenza tra i cugini, una generazione!Il significato di Serrone si perde nella notte dei tempi. Le notizie sono fantasiose e confuse. Il "torrone", che dialettizzato diventa "terraune", vorrebbe essere tra le origini di questo soprannome per via della novita' che assumeva, ai tempi per Roccascalegna, questo dolce cremonese, allorche' venne regalato alla propria fidanzata da un nostro avo. Da "torrone": "terraune": "serraune". Che ritradotto in italiano ridiventa Serrone. Guarda caso e' anche il nome di un Comune della Provincia di Frosinone nella Ciociaria: comunita' di qualche milliaio di abitanti. Forse è il caso di ricercare l'origine dell'uso delle Cioce tra i contadini della zona.
"Scior 'a Vardine" cioe' nonno Berardino pare sia stato un antenato irrequieto. Si raccontava (sono deceduti i narratori) che sia stato oggetto di un tentativo di furto per via del gruzzolo che aveva accumulato per l'acquisto di un appezzamento di terrrreno di proprieta' di un medico ( ancora attualmente qualcuno indica l'appezzamento come "quello del medico" anziche' Capriglia). Data l'appetibilita' dell'appezzamento, era piantumato ad ulivi e viti e tutt'ora ottimo terreno, c'erano altri pretendenti, che, forse, organizzarono il furto con la complicita' di un certo Carmine Di Donato, abitante in quel di Matteo, pare, per sottrarre il gruzzolo a Berardino in modo da eliminare un concorrente nella contrattazione per l'acquisto.
Una delle tre figlie di Carmine, Marta, sposerà Antonio figlio di Berardino Serrone.Il colpo pero' non riusci'. Berardino, che era ritenuto "timido", si accorse in tempo del pericolo che correva e nascose in modo introvabile il gruzzolo contenuto in una borsa: la famosa borsa delle piastre. Al tempo Roccascalegna, se non era ancora sotto il dominio del Regno Delle Due Sicilie retto da Francesco di Borbone erano passati pochi anni dall'Unità d'Italia. Piastra era, forse, la denominazione popolare della moneta borbonica del tempo. Berardino, quando senti bussare alla porta, si rifiuto' di aprire adducendo l'ora tardi ed il fatto che non riconosceva nella voce nessuna persona a lui nota ma i ladri, per farsi aprire, dissero di essere in compagnia di Carmine di Matteo (detto Giacchenielle) ben noto a Berardino giacche' era suo lontano parente, dell'altro ramo della discendenza di "Cane Bianco". Era molto divertito mio nonno quando raccontava il dialogo che intercorse fra i ladri che erano penetrati in casa e quelli rimasti fuori (in particolare Carmine di Matteo) e che suggerivano il luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi la borsa. Carmine forse aveva visto la borsa frequentando la casa di Berardino e quindi diceva: "dovrebbe essere li, sopra la cassapanca (cash), forse sotto a qualche straccio!". Qui' non c'e' nulla rispondeva l'altro da dentro.
Stufi di cercare, i ladri se ne andarono a mani vuote. Il terreno fu in seguito acquistato ma Berardino non fece in tempo a fare l'atto notarile, prima di morire. L'atto notarile fu steso nel 1904 dai filgi di Berardino, Nicola, Antonio e dagli eredi di Carmine, Pietro e Vincenzo. La vicenda, connessa al tentato furto della "borsa delle piastre", è travagliata: dopo il tentato furto della "borsa delle piastre" il terreno fu acquisito dai di Tulio (quelli di Crispi o Jesappille) ma non riuscendo a pagare l'affare andò a monte. Fu quindi acquistato da Berardino di Serrone allo stesso prezzo pattuito dai Di Tulio, a ribasso per via dell'uscita di scena di Berardino a seguito del furto (non riuscito) della borsa delle piastre.Poi (ai tempi nostri era gia' noto) si seppe che la borsa delle piastre era finita nella stalla tra le pecore: i soldi sporchi! L'appezzamento fini' nelle mani del "timido" Berardino. Ancora oggi i discendenti ne godono i pregi. Nonno Vincenzo lo chiamava "quello del medico".
Berardino sarebbe l'estroso giovane che a Natale regalo' alla fidanzata un torrone. Dolce sconosciuto, allora, ai piu' di quei luoghi e che suscito' in loro lo stupore al punto che Berardino divento' "quello del torrone" che in seguito dovrebbe essere diventato "Serrone".
La sera del 23-9-1976, dopo il calar del sole, mentre ero intento rigovernare le stalle, il quel di Macario, udendo un tramestio insolito nella vegetazione del bosco adiacente, attivai l'attenzione verso il rumore.
Di li' a poco vidi spuntare dal bosco ed attraversare il campo di granturco un uomo che traeva al capestro una mucca con il vitello "appresso".
Come mi fu vicino riconobbi nell'uomo Vincenzo di travarielle (Vincenzo Cianci). Al che gli dissi: "che diamine, Vincenzo, cosi' mi rovini il granturco!". Lui si scuso' motivando la strana scorciatoia con la cagionevolezza della mucca e del vitello, partorito solo da pochi giorni. Sai? Aggiunse. Li ho comprati al di la' del fiume (fiume Sangro) ed allora ho approfittato del fresco della sera per non affaticarle troppo con la calura del giorno.
Siccome ormai era alla fine del campo e vicino alla strada continuo' nel suo tragitto riprendendo la strada e ando'.
Finite le mie faccende mi appartai nel mio solito angolo, una specie di nicchia tra i rovi (Vecake), per recitare la mia "agimus" quotidiana. Mentre ero immerso nella mia preghiera udii altri tramestii intorno alla casa ma siccome le Preghiere sono Sacre non mi distrassi.
Di li' a qualche giorno, mentre attendevo a delle commissioni vicino a Bomba, sentii delle voci circa il furto di una vacca con vitello e lo ricollegai allo strano incontro senza pero' rifletterci troppo. La dovuta riflessione dovetti farla pero' quando qualche tempo dopo (16-12-1876) arrivarono a casa dei gendarmi per portarmi in galera con l'accusa di furto.
Questo bellimbusto, forse, indusse le autorita' a verificare le tracce lasciate dalla mucca ed il vitellino nel campo di granturco adiacente alla mia stalla e quindi traendo la conclusione che le due bestie avessero finito li la loro strada entrando in quella stalla. Durante il processo, durato tre anni, scoprii che mi aveva accusato deliberatamente, insieme agli altri, avendo riconosciuta la mucca nella mia stalla, forse a seguito della visita che vi fece per l'acquisto di un maiale, secondo gli interrogatori. Da cio' l'accusa.
Allora mio figlio Vincenzo, il piu' piccolo, aveva tre mesi. Quando lo rividi, uscendo dal carcere, aveva tre anni. Fu come vederci per la prima volta. Imparammo ad essere padre e figlio.
Nell'udienza chiave di quei tre anni di calvario il nuovo avvocato, Tozzi, in un interrogatorio di Vincenzo Cianci, in qualita' di testimone, nel momento che arrivo' alla domanda chiave ebbe a dire: "Carabinieri alla porta! che Vincenzo Cianci! lo faro' diventare Vincenzo cencio!".
Questa frase rimarrà famosa, anche per la fantasia del nostro avvocato che ha saputo accostare il cognome ad un oggetto molto eloquente per il caso (il cencio di stoffa: una nullità).
Sembra che quella fu l'udienza chiave e conclusiva del mio calvario carcerario.
Mio figlio Vincenzo rimase, naturalmente, molto colpito dalla mia assenza. Tanto che al mio ritorno piu' volte e a piu' riprese mi indusse a raccontargli la vicenda. Sono certo che, a sua volta, la raccontera' ai suoi figli e forse anche ai nipoti, tanto era il risentimento che mostrava per quell'uomo, la cui famiglia aveva imparato a conoscere: abitavano lungo la strada che porta al capoluogo comunale. Ci passava vicino tutte le domeniche, recandosi a messa,
E' in queste circostanze che mi tornava in mente la mia "agimus" recitata quella sera, e quanto le preghiere possono aiutare. Sono arrivato a pensare che i tramestii uditi, mentre pregavo, fossero dovuti al ritorno indietro di Vincenzo Cianci per "aggiustare" il testimone al suo passaggio.
Vincenzo Di donato (Vincenzo di Z'a Massimina), nato il 10 luglio del 1876, era l'ultimo figlio di Carmine. Pietro il maggiore era di 16 anni piu' vecchio di Vincenzo. Vincenzo si sposo' a 28 anni con Massimina De Laurentiis nata il 5 aprile del 1885, della famiglia dei "Giacchette" di Roccascalegna.
Vincenzo deve essere stato un personaggio interessante. Si racconta dello stupore suscitato nella famiglia della sua fidanzata Massimina allorche' lui entrava in casa dicendo "Gesu' 'Marie" anziche' buongiorno o buona sera.
Il carattere fuori dall'ordinario di Vincenzo deve aver indotto suo fratello Pietro a pensare che Vincenzo non si sarebbe mai sposato e quindi sarebbe stato propedeutico dargli un erede, con il suo stesso nome, per acquisirne l'eredita' forse. Ciò deve aver indotto suo fratello Pietro a chiamare Vincenzo (Vincenzo di Macinaro, dalla contrada dove abitava) il suo secondo figlio, il primo si chiamava Carmine come quello della "vacca". E' probabile che fu a seguito del matrimonio che Pietro decise di vendere la propria quota della casa, ereditata dai genitori, adiacente a quella di Vincenzo. All'epoca un giovane che non era sposato intorno ai vent'anni veniva dichiarato scapolo a vita. Si racconta di Marta, moglie di Nicola (Zì Culuccie) sposati ma senza figli, che avrebbe messo ben a frutto la disponibilita' della loro eredita' spadronegiando a destra e a manca nel parentado.Probabilmente Vincenzo non deve aver gradito l'attenzione del fratello (Nicola era loro zio) e decise di sposarsi, vanificando eventuali programmi, altrui, sulla sua eredita'. Una volta messo su famiglia, a seguito del matrimonio, diventava improrogabile la divisione, fra lui ed il fratello, della loro eredita'. In seguito, Pietro vendette ai Venanzio, che l'hanno posseduto fino al 2006, una coppia di stanze della sua eredita', attaccate all'isolato dei Di Donato in fondo a Finocchieto.
Alla porzione di casa era associato un appezzamento di terreno situato proprio davanti all'uscio di casa di Vincenzo. Anche quel terreno fu venduto ai Venanzio. Non si hanno notizie chiare ma dal fatto scaturi' una lite, fra i fratelli, durata fino alla morte.
Amelia, la nipote di Vincenzo, racconta che quando Ermelinda, nuora di Vincenzo, riferi' della morte di Pietro, Vincenzo disse che suo fratello era morto gia' da molti anni: inutile andare al funerale visto che non ci si era rispettati in vita.
L'odio e' contagioso se non curato a dovere, occorre spogliarlo della sua sacralita'. Questo non e' successo con Pietro, anche suo figlio Vincenzo deve aver conservato una certa ammirazione nei confronti dello Zio Vincenzo, fratello di suo padre. Sara' per via di un favoloso appezzamento di terreno comprato da zio Vincenzo per suo genero, Michele, e poi finito "nell'eredità" di Vincenzo nipote.
La gioventu' non cambia mai! Se ne stupiva anche Vincenzo quando raccontava del rapimento della sua futura cognata, la moglie di Pietro, Serafina.
Il ricordo di quei racconti stupisce ancora oggi, forse perche' non e' semplice rispondere ai perche'. Vincenzo raccontava tante cose, ai nipoti che erano poco piu' che bambini, quando lui mori'.
Comunque Serafina, originaria di Articciaro contrada a valle di Finocchieto, fu oggetto di ratto per non fargli sposare Pietro Di Donato di Serrone. Serafina era una ricca ereditiera, Pietro un "benestante" dei Serrone e qualcuno, non si sa chi, era invidioso di quel matrimonio. Ma Pietro, quando lo seppe, disse che lui l'amava e l'avrebbe sposata anche con i figli. Bella determinazione!
Era anche sveglia Serafina. Nel ratto fu condotta in una casa sopra ad una altura ai piedi di Aia di Rocco e sovrastante Roccascalegna, "Puntecchio". Serafina vide dalla finestra il paese ma non era sicura di quale paese fosse (quando mio nonno lo racconto' mi sembrava una favola) dato che non aveva mai visto Roccascalegna da quell'angolazione che non gli faceva scorgere il castello, forse, allora chiese al pretendente che la illumino'. Nella testa della prigioniera subito si delineo' un piano. Consigliò al pretendente di prepararsi per andare dai suoi parenti, anch'essi a Roccascalegna, visto che non c'era motivo di ritardare il fatto ed in particolare di radersi giacche' aveva la barba lunga. Il pretendente lieto per l'accondiscendenza della rapita non si fece ripetere la cosa due volte e si apparto' per radersi. Serafina, rimasta sola, salto' dalla finestra (forse era al piano terra) e si diresse verso La Rocca, correndo giu' per i campi. Pare che nella corsa, giunta presso dei contadini che stavano "scassando", cadde nello "scasso", il solco formato dal dissodamento profondo del terreno in questo tipo di lavorazione. Ringraziato i contadini che l'avevano aiutata a rialzarsi, Serafina ando' dritta da alcuni parenti che aveva in paese, a cui racconto' l'accaduto e si fece aiutare per tornare a casa. Pare che Serafina sia rimasta talmente sconvolta dal ratto che maledisse la famiglia di origne del pretendente scongiurando la possibilità per i suoi discendenti di imparentarsi con i discendenti della famiglia del rapitore.Associata a questo racconto c'era anche quello relativo al ratto per conto di un amico fraterno di Vincenzo, Giovanni De Laurentiis di quelli di Lelle.
Lui ne era orgoglioso perche' nel parapiglia, alla luce fioca del "lume" ad olio vergine di oliva, quello usato per le fritture, l'amico che stava per avere la peggio grido':
Spesso raccontava anche di quando era a militare, tempo di pace visto che compi' 18 anni nel 1894. La cosa che stupiva di piu' era quella del commilitone mutilato, che "poverino si urinava giu' per le gambe". Aveva girato molto, da militare, raccontava di Belluno, Rovereto dove dalla postazione di guardia doveva rispondere "allerta sto'" quando sentiva dire "sentinella allerta!". E quando sognava di vedere, lontano, il castello di Roccascalegna, dal campanile della chiesa di S.Giustino a Chieti.
Anche il racconto della vicenda giudiziaria di suo padre, Carmine, lo appassionava molto specialmente per quella frase, rimasta famosa, pronunciata dall'avvocato del padre nell'udienza conclusiva del calvario: "Carrabbbinieri alle porte! ... che Vincenzo Cianci lo faccio diventare Vincenzo Cencio!". Ancora oggi la si sente dire nelle occasioni opportune. Nonno Vincenzo lo ripeteva spesso durante il raconto di quella vicenda. Gli eredi comunque ne fanno buon uso. Lo si deduce dal suo comportamento avuto quando Michele, genero dello 'Zio Vincenzo', torno' dall'America, nel 1953 circa. In quella occasione si costitui' una coalizione, fra Vincenzo di Macinaro ed il fratello di Michele, l'Americano, Emidio, per indurre Michele a rivedere la sua decisione di lasciare la gestione dei propri averi nelle mani del suocero. Questa coalizione si adopero' a far cambiare idea a Michele sull'affidamento della procura per la gestione delle sue proprieta' in Roccascalegna. La scelta del procuratore cadde (in ultima analisi, dopo l'assegnazione al fratello di Michele che la perse, pare, per un complotto dei "testa di morto") sul figlio di Vincenzo di M. Rocco anziche' Cosimo, figlio di 'Zio Vincenzo'. I motivi di tali trame sono oscuri come sono impensabili le argomentazioni che indussero Michele alla decisione. La cosa piu' certa e' che tutte derivano dal retaggio culturale della gente del luogo, anche se aiutata dalla cultura dell'emigrante americano. L'altra cosa certa e' che nella casa di zio Vincenzo c'era un solo "libretto di risparmio postale", quello intestato a Michele Olivieri. Altri soldi non c'erano, stiamo parlando del 1953 circa, il terreno fu acquistato prima della Seconda Guerra Mondiale e prima del matrimonio di Cosimo, ultimo figlio di Zio Vincenzo.
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