note sui Serroni data titolo sottotitolo testo massimino jisdi@tin.it 07/03/2002 Serrone Il significato di Serrone si perde nella notte dei tempi. Le notizie sono fantasiose e confuse. Il "torrone", che dialettizzato diventa "terraune", vorrebbe essere tra le origini di questo soprannome per via della novita' che assumeva, ai tempi per Roccascalegna, questo dolce cremonese, allorche' venne regalato alla propria fidanzata da un nostro avo. Da "torrone": "terraune": "serraune". Che ritradotto in italiano ridiventa Serrone. Guarda caso e' anche il nome di un Comune della Provincia di Frosinone nella Ciociaria: comunita' di qualche milliaio di abitanti. Forse è il caso di ricercare l'origine dell'uso delle Cioce tra i contadini della zona. Scior 'a Vardine" cioe' nonno Berardino pare sia stato un antenato irrequieto. Si raccontava (sono deceduti i narratori) che sia stato oggetto di un tentativo di furto per via del gruzzolo che aveva accumulato per l'acquisto di un appezzamento di terrrreno di proprieta' di un medico ( ancora attualmente qualcuno indica l'appezzamento come "quello del medico" anziche' Capriglia). Data l'appetibilita' dell'appezzamento, era piantumato ad ulivi e viti e tutt'ora ottimo terreno, c'erano altri pretendenti, che, forse, organizzarono il furto con la complicita' di un certo Carmine Di Donato, abitante in quel di Matteo, pare, per sottrarre il gruzzolo a Berardino in modo da eliminare un concorrente nella contrattazione per l'acquisto. Una delle tre figlie di Carmine, Marta, sposerà Antonio figlio di Berardino Serrone. Il colpo pero' non riusci'. Berardino, che era ritenuto "timido", si accorse in tempo del pericolo che correva e nascose in modo introvabile il gruzzolo contenuto in una borsa: la famosa borsa delle piastre. Al tempo Roccascalegna, se non era ancora sotto il dominio del Regno Delle Due Sicilie retto da Francesco di Borbone erano passati pochi anni dall'Unità d'Italia. Piastra era, forse, la denominazione popolare della moneta borbonica del tempo. Berardino, quando senti bussare alla porta, si rifiuto' di aprire adducendo l'ora tardi ed il fatto che non riconosceva nella voce nessuna persona a lui nota ma i ladri, per farsi aprire, dissero di essere in compagnia di Carmine di Matteo (detto Giacchenielle) ben noto a Berardino giacche' era suo lontano parente, dell'altro ramo della discendenza di "Cane Bianco". Era molto divertito mio nonno quando raccontava il dialogo che intercorse fra i ladri che erano penetrati in casa e quelli rimasti fuori (in particolare Carmine di Matteo) e che suggerivano il luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi la borsa. Carmine forse aveva visto la borsa frequentando la casa di Berardino e quindi diceva: "dovrebbe essere li, sopra la cassapanca (casce), forse sotto a qualche straccio!". Qui' non c'e' nulla rispondeva l'altro da dentro. Stufi di cercare, i ladri se ne andarono a mani vuote. Il terreno fu in seguito acquistato ma Berardino non fece in tempo a fare l'atto notarile, prima di morire. L'atto notarile fu steso nel 1904 dai filgi di Berardino, Nicola, Antonio e dagli eredi di Carmine, Pietro e Vincenzo. La vicenda, connessa al tentato furto della "borsa delle piastre", è travagliata: dopo il tentato furto della "borsa delle piastre" il terreno fu acquisito dai di Tulio (quelli di Crispi o Jesappille) ma non riuscendo a pagare l'affare andò a monte. Fu quindi acquistato da Berardino di Serrone allo stesso prezzo pattuito dai Di Tulio, a ribasso per via dell'uscita di scena di Berardino a seguito del furto (non riuscito) della borsa delle piastre. massimino jisdi@tin.it 26/12/2011 Cosmo Di Donato di Serrone Cosmo sposò Talone Costanza, sorella del Medico Talone detto "Casène", di Roccascalegna. Cosmo sposò Talone Costanza, sorella del Medico Talone detto "Casène", di Roccascalegna da cui ha almeno tre figli: Antonio, Emidio e Annina. Cosmo morì giovane per un incidente: non si sà come, cadde in pozzo ma non ho mai saputo quale. La loro famiglia l'ho conosciuta come "quelli di Zia Costanza". Attualmente la casa è abitata, per metà, dalla Maestra Costanza, figlia di Antonio, e suo marito Angelo, Tenore del Coro Panfilo De Laurentiis di Roccascalegna. Suo fratello Cosmo abita a Colle Taccone, vicino al fiume sangro, anche lui Insegnante. L'altra metà della casa è di proprietà di Maria, figlia di Emidio, che aveva costruito più in centro di Collegrante dove abita un figlio di Maria, che ha sposato un mio compagno di scuola, Franco, di Giorgio "Capriaise", (di Caprigla). L'altra figlia Antonietta è sposata a Taverna Nuova. La terza figlia di Cosmo, Annina, si sposo ad Altino, la vedevo quando viniva acoltivare un terreno vicino a casa mia, che inseguito comprò mio padre. Don Gabriele Talone, "Medico Chirurgo" specializzato in Ginecologia, era uno dei due Medici di Roccascalegna, l'altro era Don Camillo ... . Don Gabriele ha fatto nascere molti bambini di Roccascalegna e dintorni, tra la SPrima e la Seconda Guerra Mondiale e anche dopo. Morì intorno alla metà degli anni 50 del Ventesimo Secolo. Don Gabriele veniva anche chiamato "Casène" per via del suo intercalare "sà che ...." (sappi che ... ), che usava frequentemente nelle sue spiegazioni ai pazienti. Massimino jisdi@tin.it Rocca, 27 Ottobre 2011 8:49 Dissesto gestionale SASI L'abbandono della Cosa Pubblica La SASI (ente di gestione dei Servizi Pubblici, per Roccascalegna) non sa sfatare l'opinione diffusa, nell'immaginario collettivo, che la Cosa Pubblica non sia di nessuno, anzi trae profitto dalla pratica del solito andazzo gestionale della Cosa Pubblica. La vista di un qualsiasi disservizio pubblico non suscita indignazione perchè il cittadino è abbituato all'incuria per la Cosa Pubblica, fin dalla notte dei tempi. L'occasione mi è data dalla vista di un Tombino della Fognatura di Roccascalegna, in Contrada Finocchieto, aperto agli olezzi ed al movimento dei topi di fogna. Subito a monte del suddeto tombino c'è la mia Casa Nativa in cui sono improvvisamente comparsi i ratti, nella settimana del 15 Settembre 2011, che non avevo conosciuti in tutta la mia vita giovanile trascorsa in quella casa, a 50 metri dal tombino. Al ritorno (vivo saltuariamente in questa casa), il 22 Ottobre 2011, nel riprendere possesso del territorio scopro il dissesto della parte finale del tombino, in cui l'ultimo anello costitutivo è traslato orizontalmente di circa 15 centimetri creando un'apertura di cica dieci centimetri sulla parete a vista del tombino. Ecco spiegato l'origine dei ratti in quel luogo, ormai neanche più dei gatti che si sostengono con altre risorse, più comode ed accessibili dei ratti, proprio come hanno fatto i loro vecchi compaesani. massimino jisdi@tin.it Rocca, 21 Maggio 2011 10:49 Dissesto idrogeologico L'abbandono del suolo da parte dei Contadini Egregio Sig. Sindaco del Comune di Roccascalegna La presente per comuncaVi una "sorgente" di acqua sulla strada che da Finocchieto porta ad Articciaro. Il punto è al culmine di un dosso, della strada, successivo al primo fosso che si incontra scendendo a valle da Finocchieto. Il posto viene chiamato "Colletto di Matteo" per indicare la sommità del poggio. In realtà l'acqua sgorga in prossimità di un grosso tombino stradale per l'ispezione della fognatura ivi sottostante. Dal punto suddetto, la strada ridiscende e l'acqua scorre lungo la sede stradale fino al fosso succeccivo, per la parte che non tracima verso i campi sottostanti la strada. Inoltre ho saputo di una riparazione fognaria davanti casa mia, in un punto che avevo precedentemente denunciato (novembre 2010) che, col senno del poi, era la probabile causa del dissesto franoso, a valle della riparazione, denunciato nel novembre del 1997 di cui conservo copia della nota presentata a codesto Comune. Suddetta riparazione merita verifica giacchè due mesi dopo la riparazione, la sede stradale è ancora fangosa e maleodorante. massimino jisdi@tin.it Rocca, 16 Aprile 2011 10:49 Emozione 2 L'autosugestione è come lo sbadiglo Quel giorno Mario soffriva particolarmente la sua gamba che ci ocupò a discutere delle sue metereopatie. La brezza marina allievava la calura estiva, che avevamo dimenticata all'ombra dei tamerici. Non ricordo dove fini il discorso sulle connessioni chimiche tra l'ambiente ed il nostro organismo perchè fui attratto dalla folla che discendeva dal torpedone al punto che il mio sgurdo rimaneva incollato alla scaletta nonostante che i turisti fossero tutti scesi. D'improvviso, come per magia, la luce della portiera si illuminò. Bionda, giunonica, occhi azzurri magnetici che non riuscivo a girare i miei, finchè lei guardò la scaletta, per scendere, ed io ne approfittai per tornare tra imiei amici, in tempo per udire Domenico dire che le condizioni ambientali influenzano la nostra chimica determinando sensazioni incomprensibili alla ragione. L'arrivo del professore ci determinò a passeggiare verso il Jolly Club. Oziosamente rilettemmo, bevemmo e nell'uscire vengo ricatturato dagli occhi marini. Ci scontrammo di nuovo all'ingresso del ristorante. Il pomeriggio fu inquieto al punto che al calar sel sole non ripresi la strada di casa ma mi adagiai su una sdraio in riva al mare nel giardino del ristorante. L'orizonte del mare si confondeva col rossore serale del tramonto ed induceva a cercare il confine, che non trovai, distratto dal calpestio sulla battigia: non è possibile, esclamai. E' vero oppure sto sognando? La voce mi atterrì: è vero! Disse. Continuammo insieme sulla battigia ... alla fontana ervamo così presi che non ci accorgemmo di essere tutt'uno con le lingue aggrovigliate al punto che il distacco fu esplosivo. massimino jisdi@tin.it Rocca, 11 Novembre 2010 10:49 L'Emozione Sogno d'Emozione Mentre era intento nella sua fatica quotidiana, in sella alla bicicletta sul LungoMare, cambiò idea alla vista della spiaggia tutta intenta a cullare una Figura insolita. Ciò che lo distrasse dalle fatiche, probabilmente, non fu la Figura quanto l'emozione creata dalla Figura, che da quella distanza non poteva che essere del tutto uguale ad altre. Fu grazie alla sua Emozione che la Figura assumeva l'aspetto unico, forse, piuttosto che insolito. Detto fatto, abbandonò la bici a se stessa, ingrato, e partì diritto verso le onde ignorando la Figura tanto affascinante. Appena credette di aver suscitato il rirsveglio della Figura decise che era l'ora di sdraiarsi sulla battigia, volutamente lontano, ma non troppo, per farsi percepire. L'opera di asciugatura era maliziosamente vistosa, anche se solitaria, al punto che sortì l'effetto agognato: la figura rispose partendo sonoramente verso il vicino bar per prendersi un panino, anzichè tornare a casa per il pranzo, giustificando la decisione con il fatto che comunque avrebbe dovuto mangiare da sola. A conferma delle impressioni, desiderate, arriva il bagno veloce del dopo pasto e l'esposizione al sole, nel punto più favorevole: non distante dal ciclista che ora appariva in tutte le sue sculture. Lui ritenne eloquente e chiaro il gesto e si sentì sudare giacché l'emozione gli parve molto evidente per lei, a cui avrebbe voluto nasconderla ancora. Per calmarsi decise che fosse il caldo a farlo grondare e si rinfrescò in acqua. Nell'uscire dall'acqua ebbe l'idea di cercare il suo sguardo che sperava e che trovò, accentuando la sua bramosia, che lei mostro di gradire. Ora fu colto dal dubbio su quale stratagemma usare per occupare una posizione più vicino a lei. Cercò di inquadrare la scena e concluse che la loro posizione fosse nascosta agli occhi indiscreti di chi passasse per strada, e poi a quell'ora erano tutti assopiti nella frescura delle mura di casa e quindi grande libertà! He! Si fa presto a dire ma il passo non è da poco! Dall'occhiata alla stretta, il passo non è breve. I dubbi lo assalgono: e se ho frainteso? Se il suo sorriso fosse stato pura gentilezza, anche se a lui parve grande e invitante? E se lei mi facesse una scenata per punire la mia esuberanza? E se il pranzo da sola fosse una provocazione per eccitare l'esuberanza del maschio per poi trascinarlo nella lite con il fidanzato? La velocità di quei pensieri fu tale che il suo sorriso era ancora lì, mentre allontanava le mani dagli occhi per asciugarseli. Fu quel sorriso che lo fece decidere per riappoggiare l'asciugamani a meno di un braccio da lei, dopo aver fatto finta di asciugarsi. Mentre si sdraiava con elegante calma fu sorpreso dal rigirarsi di lei, mostrandogli le spalle. Non lo doveve fare. Fu come accendere un cerino vicino ad un bidone di benzina, d'estate e al sole. Per lui fu come una ferita improvvisa: fai pure quel che vuoi. Non ti osservo, non emozionarti. Era facile per lei: doveva solo aspettare e magari godersi le effusioni del Maschio. Lui, invece doveva farsi carico della responsabilità di dichiararsi, agire per conseguire l'obiettivo, senza fallire, come si conviene ad un Uomo avveduto, "che non deve chiederemai!" Era questo il suo principale terrore. Non si può fallire in certe circostanze altrimenti si dimostra di essere un vagante anziché un navigatore. Uno che non conquista bensì ci prova comunque, senza onorare la partecipazione di Lei: egoista. massimino jisdi@tin.it 22 Maggio 2010 10:49 Vincenzo Cianci della vacca Vincenzo Cianci, stando alle vicende raccontate o lette negli archivi italiani, pare che fosse, oltre che un mediatore di bestiame nelle fiere di fine 800, un ricettatore che utilizzava proprio le fiere per rivendere le merci ricettate. La fine della sua carriera giunge con un processo a carico di quattro suoi compaesani, di Roccascalegna, derivato, pare, dai suoi intrighi che portarono all'arresto e quindi al processo durante la carcerazione "preventiva", Virgilio Giangiordano fu Roberto anni 34, (figlio Ruberte Reberte Lebberte) arrestato in località Piana Filipponi (Contrada Cocuzze, quel di Lebberte); Carmine Di Donato fu Francesco anni 60; Carmine Di Donato fu Berardino anni 40 morto nel 1896 ed Onofrio De Laurentiis fu Leonardo anni 44 arrestato nel "popolato" di Roccascalegna (centro urbano). La storia e' lunga e travagliata. Sinteticamente e' descritta con la memoria di Carmine Di Donato fu Berardino, La Vacca (in questi articoli) ma alla luce delle notizie raccolte negli archivi di stato da Costantino Cianci (discendente di Onofrio De Laurentiis fu Leonardo) si denota un personaggio molto conosciuto e temuto nell'Italia dopo l'impresa dei Mille del 1860 e derivante dal Brigantismo fomentato dal deposto Re di Napoli Francesco Di Borbone detto "Franceschiello". In alcuni passi dei documenti visionati da Costantino i "Briganti" vengono chiamati "Rivoluzionari" a testimoniare l'opinione popolare, nel meridione d'Italia, dei fatti che portarono all'unità nel 1861. Dal punto di vista odierno Vincenzo Cianci srebbe un faccendiere che con spregiudicato opportunismo si inserisce nella vicenda tra "I Piemontesi" ed i "Meridionali assoggettati" come un agente dei servizi segreti d'oggi che si abandona a profitti privati conseguiti con ogni mezzo a disposizione compreso la contiguità con le attività repressive, messe in atto dai Piemontesi (leggi Vittorio Emanuele Re d'Italia da Teano) contro la controrivolta tentata da Franceschiello mediante il Brigentaggio. Questa affermazione è legittimata dall'aggregazione di varie tipologie di cittadini, fatta da Vincenzo Cianci, nella vicenda della Vacca. Tra i cittadini coinvolti ci sono nomi noti alle gendarmerie e cittadini incensurati, anche se relativamente attivi nell'economia locale. Virgilio Giangiordano era figlio di un noto Brigante di nome Lebberte (vedi Zio Silvestro), già noto alle patrie galere e Carmine Di Donato fu Francesco viene citato in "la Borsa delle Piastre" nel tentato furto ad un suo parente Berardino Serrone. Onofrio De Laurentiis fu Leonardo e Carmine Di Donato fu Berardino sono laboriosi cittadini, agricoltori e contemporaneamente artigiani. Esattamente 100 anni dopo, chi scrive, ha rivissuto vicende alquanto siminli nelle strategie messe atto da più parti contro le Istituzioni Repubblicane dell'Italia del Ventesimo secolo: la Straterggia della Tensione degli anni Sessanta e tutto ciò che ne scaturì successivamente. La storia si ripete? Tornando a Vincenzo Cianci, durante il processo a carico dlle sue vittime, continuò ad indirizzare il corso della "giustizia" fornendo false prove e circostanze con ripetuti interrogatori ed informazioni riservate, oggi si direbbe, che solo il cambio dell'avvocato, dei quattro malcapitati, riusci a smontare facendo piena luce sulla vicenda e dando la libertà agli imputati ed il carcere all'accusatore che dovette vendere tutti i suoi beni per far fronte alle spese ed alle sanzioni imposte dalla Corte. A testimonianza ci sono le denominazioni degli appezzamenti terrieri, tutt'ora vigenti, secondo una consuetudine locale. L'avvocato Tozzi, subentrato nel processo, deve aver indagato fino allo stremo per smontare le false testimonianze basate sulla luce della luna piena o su circostanze inventate che alla verifica puntuale da parte dell'avvocato sono risultate false grazie alla raccolta di testimonianze autorevoli. Anche il precedente avvocato sarebbe dovuto essere incriminato per complicità visto che non aveva mai verificato le testimonianze del Cianci Vincenzo. Sembra proprio di rivivere i processi seguiti alla strage di Piazza Fontana del 1969. La vicenda fa venire in mente la storiella del tegolaio del convento o dell'avvocato malato che manda il figlio all'ennesima udienza di un processo, il quale, inesperto, conclude il processo con l'accordo tra le parti, con grande disappunto del padre che lo rimprovera perché così non aveva più processi reditizi. Spero che non sia successo così all'Avv. Tozzi. massimino jisdi@tin.it 20 Maggio 2010 10:49 La borsa delle Piastre Si raccontava che Berardino Di Donato (Scior' Vardine) avesse messo da parte un gruzzolo per l'acquisto di un terreno forse un uliveto e che conservasse il gruzzolo in una borsa, la borsa delle Piastre (piastra forse era la denominazione, almeno popolare, delle monete in vigre all'epoca, si era appena dopo l'Unità D'Italia). Ebbene una notte (mai sentito parlare della collocazione temporale) Berardino ricevette la visita dei ladri che cercavano la borsa. Forse erano i concorrenti all'acquisto che per togliersi di mezzo un pretendente decisero di togliergli il potere di acquisto (vedi Serrone). Il venditore era il marito della figlia del Medico Cianci (da qui la denominazione dell'appezzamento, secondo Vincenzo76, Quello del Medico) la quale era deceduta. I dati relativi sono stati raccolti da Costantino Cianci, discendente del fratello del Medico di nome Costantino (che da origine a "quelli di Costantino" Ustantine), negli Archivi di Stato di Lanciano e Chieti. In base a tali dati il podere fu frazionato, per la vendita, in due appezzamenti. Il Colle del Medico in contrada Capriglia era un podere avente l'estensione di ettari 7 ed are 98 (7,98 h) a corpo e fu venduto nel 1890 con Atto del 24 giugno, rogato dal Notaio Beniamino Ranieri in Guardiagrele (conservato presso l'archivio notarile di Chieti). La vendita fu fatta dall'architetto Federico Ferrari e figli poiché la moglie Diana Cianci, figlia del medico, Armidoro Cianci era già deceduta. Gli acquirenti furono: Pietro Giangiordano fu Luigi (Macinaro), Raffaele Di Tulio fu Gaudioso Mauro (Isappille) anche per parte dei fratelli. La parte comprata da Giangiordano e Di Tulio fu di Ettari quattro are 41 e centiare 91 (4,4191 h), per Lire quattromila (4.000), metà ciascuno dei compratori che, per loro necessità pagavano a rate. Questa parte fu in seguito ricomprata dai Serroni, da Giangiordano e Di Tulio, con atto del Notaio Madonna del 21-2-1892. Invece la restante parte (3,56 h) acquistata da Berardino Giangiordano, Vincenzo De Laurentiis e Gaetano Cianci, fu pagata Lire 5.000 (cinquemila). E' difficile stabilire la relazione fra la borsa delle piastre e l'affare Colle del Medico ma facendo alcune considerazioni ed aggiustamenti è possibile stabilire la relazione. La leggenda intorno a Berardino Serrone è molto fascinosa ma l'eredità lasciata da Berardino e cosa concreta: I Serroni, fino alla Prima Guerra Mondiale 1915-18 circa, andavano dal fiume Sangro al Rio Secco, che sono su due valli parallele ma confluenti (evviva Luciano Lama!), camminando sempre sulla loro proprietà. Ancora oggi è possibile ricostruire l'estensione dei possedimenti attraverso i proprietari, anche se qualche appezzamento è già passato ad altri. Ha! La Memoria! L'affare Colle del Medico, probabilmente, rientra nella politica commerciale del Serrone, che viene supportata dallo sprovveduto ladro di piastre: aprofittarne per far scendere il prezzo per causa di forza maggiore, impedire la conclusione dell'affare (le piastre mancarono ai ladri) e poi correre in aiuto per ripianare le cose. massimino jisdi@tin.it 22 Aprile 2010 10:49 Lebberte di Zio Silvestro Lebberte (Roberto Giangiordano) era un "brigante" e Virgilio era suo figlio (vedi La Vacca di Vincenzo Di Donato, Il Bersagliere). Secondo Zio Silvestro Giangiordano, nato nel 1924, Lebbert fu ferito a morte da suo nonno Silvestro Giangiordano all'età di diciotto anni. Pare che Lebberte volesse rubare l'uva a Silvestro che si mise di guardia al vigneto, in contrada Articciaro, e siccome non sapeva usare le armi da fuoco si fece accompagnare da un amico (tale .... ) che alla vista del ladro sparò un colpo in aria. Lebberte che avvertì il punto di partenza del colpo lanciò in quella direzione la sua accetta che ferì Silvestro ad una coscia. Secondo alcuni racconti l'accetta, nella sua corsa, tranciò un ramo di ulivo, perdendo violenza e quindi la ferita fu lieve. Ciò nonostante Silvestro riuscì a cogliere di sorpresa Lebberte ferendolo a morte con poderosi colpi, probabilmente principalmente alla testa, vibrati mediante il manico di una zappa. Silvestro, convinto di aver ammazzato Lebberte, se ne tornò a casa e raccontò l'accaduto. Al racconto, la madre di Silvestro ebbe il dubbio che Lebberte fosse morto e consigliò di accertarsi della morte perchè se Lebberte fosse stato solo ferito si sarebbe vendicato addirittura con la sterminazione della famiglia dei Venanzi: "quello, a casa nostra, ci seminerà il sale". In seguito al dubbio della madre, Silvestro tornò subito sul luogo della rissa trovando l'amara sorpresa dell'assenza del cadavere. Il presentimento della Madre di Silvestro si era rivelato fondato. Lo sconcerto durò fino al ritrovamento del cadavere di Lebberte sopra un mucchio di letame, pare in prossimità delle case di " 'ndeneccie " (Antoniaccio da Antonio, in dialetto 'Ndò 'ndeneccie ) ai piedi dell'altura sopra cui era la casa di Lebberte e non molto distante dal luogo della rissa. E' probabile che Lebberte abbia cercato di porsi in salvo tornando verso casa ma le ferite erano profonde e mortali. La circostanza conferma l'opinione popolare secondo cui Lebberte fosse un "Marcantonio" d'uomo grande e possente: un gigante pieno di forze vitali. Ripensando alle caratteristiche di alcuni discendenti, per parte di donna, mi sovviene l'immagine di Vincenzo Villani (di lebberte), morto quando ero bambino, un uomo grande, superiore alla media, nel mio ricordo. In seguito al ritrovamento del cadavere e preso atto della morte violenta di Lebberte, si avviò l'iter giuridico da cui l'intervento dell'Ufficiale Sanitario che rilevò la fuoriuscita della massa cerebrale dalla testa di Lebberte (nota di Costantino dagli atti del processo). Al processo Silvestro fu assolto per legittima difesa. Una figlia di Lebberte avrebbe voluto sposare Silvestro ma lui non ebbe il coraggio di convolare a nozze dopo il fatto luttuoso. La figlia di Lebberte sposò un giovane di quelli di Bertoldo che andò a vivere nella casa paterna di lei in Contrada Cocuzze (ufficialmente Finocchieto) , essendo morto anche Virgilio, fratello di lei, pare non naturalmente. I loro discendenti conservano ancora il soprannome (quelli di Lebberte) derivato dal nome de Lebberte. Silvestro jisdi@tin.it 22 February 2010 10:49 BILANCIO DI UN'EPOCA Latte, burro e uova 1969 : Vai a prendere il latte dal lattaio, che ti saluta, con in mano il bidone in alluminio; prendi il burro fatto con latte di mucca, tagliato a panetti. Poi chiedi una dozzina di uova che sono messe in un vaso di vetro. Paghi con il sorriso della lattaia ed esci sotto il sole splendente. Il tutto ha richiesto 10 minuti di tempo. 2010 : Prendi un carrello del cavolo, che ha una ruota bloccata, che lo fa andare in tutti i sensi salvo in quello che tu vorresti, passi per la porta che dovrebbe girare, ma che è bloccata perché un cretino l'ha spinta; poi cerchi il settore latticini, dove normalmente ti ghiacci e cerchi di scegliere fra 12 marche di burro, che dovrebbe essere fatto a base di latte comunitario. E controlli la data di scadenza.... Per il latte: devi scegliere fra vitaminico, intero, scremato, nutriente, per bambini, per malati o magari in promozione, ma con la data di scadenza ed i componenti.... Lasciamo perdere! Per le uova: cerchi la data di deposizione, il nome della ditta e soprattutto verifichi che nessun uovo sia incrinato o rotto e, accidenti!!! Ti ritrovi i pantaloni sporchi di giallo! Fai la coda alla cassa, ma la cicciona davanti a te ha preso un articolo in promozione che non ha il codice.... allora aspetti e aspetti.... Poi sempre con questo carrello del cavolo, esci per prendere la tua auto sotto la pioggia, ma non la trovi perché hai dimenticato il numero della corsia.... Infine, dopo aver caricato l'auto, bisogna riportare l'arnese rotto e solo in quel momento ti accorgi che è impossibile recuperare la moneta.... Torni alla tua auto sotto la pioggia che è raddoppiata nel frattempo.... E' più di un'ora che sei uscito. Fare un viaggio in aereo 1969 : Viaggi con Alitalia, ti danno da mangiare e ti invitano a bere quello che vuoi, il tutto servito da bellissime hostess: il tuo sedile è talmente largo che ci può stare in due. 2010 : Entri in aereo continuando ad impigliarti con la cintura, che ti hanno fatto togliere in dogana per passare il controllo. Ti siedi sul tuo sedile e se respiri un po' forte dai una botta con il gomito allo schienale del vicino. Se hai sete lo stewart ti porta la lista e i prezzi sono stratosferici. Michele vuole andare nel bosco all'uscita da scuola. Mostra il suo coltellino a Giovanni, con il quale pensa di fabbricarsi una fionda. 1969 : Il direttore scolastico vede il suo coltello e gli domanda dove l'ha comprato, per andarsene a comprare uno uguale. 2010 : La scuola chiude, si chiama la polizia, che porta Michele in commissariato. Il TG1 presenta il caso durante il telegiornale in diretta dalla porta della scuola. Disciplina scolastica 1969 : Fai il bullo in classe. Il professore ti molla una sberla. Quando arrivi a casa tuo padre te ne molla un altro paio. 2010 : Fai il bullo. Il professore ti domanda scusa. Tuo padre ti compra una moto e va a spaccare la faccia al prof! Franco e Marco litigano. Si mollano qualche pugno dopo la scuola. 1969 : Gli altri seguono lo scontro. Marco vince. I due si stringono la mano e sono amici per tutta la vita. 2010 : La scuola chiude. Il TG1 denuncia la violenza scolastica. Il Corriere della Sera mette la notizia in prima pagina su 5 colonne. Enrico rompe il parabrezza di un auto nel quartiere. Suo padre sfila la cintura e gli fa capire come va la vita. 1969 : Enrico farà più attenzione la prossima volta, diventa grande normalmente, fa degli studi, va all'università e diventa una bravo professionista. 2010 : La polizia arresta il padre di Enrico per maltrattamenti sui minori. Enrico si unisce ad una banda di delinquenti. Lo psicologo arriva a convincere sua sorella che il padre abusava di lei e lo fa mettere in prigione. Giovanni cade dopo una corsa a piedi. Si ferisce il ginocchio e piange. La professoressa lo raggiunge, lo prende in braccio per confortarlo. 1969 : In due minuti Giovanni sta meglio e continua la corsa. 2010 : La prof è accusata di perversione su minori e si ritrova disoccupata, si becca 3 anni di prigione con la condizionale. Giovanni va in terapia per 5 anni. I suoi genitori chiedono i danni e gli interessi alla scuola per negligenza nella sorveglianza e alla professoressa per trauma emotivo. Vincono tutti i processi. La prof disoccupata p interdetta e si suicida gettandosi da un palazzo. Più tardi Giovanni morirà per overdose in una casa occupata. Arriva il 25 ottobre. 1969 : Non succede nulla. 2010 : E' il giorno del cambio dell'ora legale: le persone soffrono d'insonnia e di depressione. La fine delle vacanze. 1969 : Dopo aver passato 15 giorni di vacanza con la famiglia, nella roulotte trainata da una Fiat 125, le vacanze terminano. Il giorno dopo si ritorna al lavoro freschi e riposati. 2010 : Dopo 2 settimane alle Seychelles, ottenute a buon mercato grazie ai "buoni vacanze" ditta, rientri stanco ed esasperato a causa di 4 ore di attesa all'aeroporto, seguite da 12 ore di volo. Al lavoro ti ci vuole una settimana per riprenderti dal fuso orario. Ana Maria Travaglini tanabucci@hotmail.com 25 ottobre 2009 22.40 VIVERE IL MATE Il mate non è un qualcosa che si beve. Cioè, sì. E' un liquido che entra per la bocca. Però, non è qualcosa che si beve. In questo Paese nessuno beve mate perché ha sete. E' più una abitudine, come grattarsi. Il mate è esattamente il contrario della televisione: ti fa parlare se sei con qualcuno e ti fa pensare se sei da solo. Quando viene qualcuno a casa, la prima parola è: "Hola" e la seconda "Vuoi un mate?" Questo in tutte le case. In quelle dei ricchi e in quelle dei poveri. Passa tra le mani di donne chiacchierone e scherzose e tra quelle di uomini seri o immaturi. Passa tra le mani di anziani in una casa di riposo e tra quelle di adolescenti mentre studiano o si drogano. E' l'unica cosa che condividono padri e figli senza discutere. Peronisti e radicali bevono mate senza fare domande. In estate e in inverno. E' un momento nel quale non siamo ne vittime né persecutori; né buoni né cattivi. Quando avete un figlio, gli dai mate quando lo chiede; glielo dai tiepido e con molto zucchero, e si sente grande. Senti un orgoglio enorme quando una parte di te comincia a bere mate. Ti sale il cuore in gola. Dopo, loro, con gli anni, sceglieranno se berlo amaro, dolce, molto caldo, tererè, con pezzetti di arancia, con succo, con un po' di limone. Quando conosci qualcuno da poco bevi un mate. Chi te lo offre chiede quando non ha confidenza: "Dolce o amaro?" E l'altro risponde: "Come lo prendi tu." Le tastiere dei pc dell'Argentina sono piene di erba mate. Il mate è qualcosa che c'è sempre, in tutte le case. Sempre. Con inflazione, con fame, con militari, con democrazia, con qualunque pestilenza e maledizione eterna. E se un giorno non hai mate, un vicino te lo dà. Il mate non si nega a nessuno. Questo è l'unico Paese al mondo nel quale la decisione di smettere di essere un bambino e diventare adulto accade in un giorno particolare. Nulla a che vedere con pantaloni lunghi, circoncisioni, università o andare a vivere da soli. Qui si inizia a essere adulti il giorno in cui sentiamo la necessità di bere un mate per la prima volta da soli. Non è un caso. Il giorno in cui un ragazzo/a mette il bollitore sul fuoco per bere il suo primo mate senza che nessuno sia in casa, in questo minuto, ha scoperto di avere un'anima. O è morto di paura, o innamorato, o qualcosa altro; però non è un giorno qualsiasi. Nessuno di noi si ricorda quando abbiamo bevuto il primo mate da soli. Però è stato un giorno importante per ciascuno di noi. Dentro di noi una rivoluzione. Il senso semplice del mate è ne più né meno che una dimostrazione di valori... E' la solidarietà di sopportare il mate ormai senza gusto perché la chiacchierata è così buona. La chiacchierata, non il mate. E' il rispetto per il tempo dedicato a chiacchierare e ascoltare, tu parli mentre l'altro beve. E' la sincerità di dire: "Basta! Cambia l'erba-mate!". E' il stare in compagnia. E' la sensibilità dell'acqua che bolle. E' l'affetto di chiedere, stupidamente: "E' caldo, no?" E' la modestia di chi gli tocca il mate migliore. E' la generosità di dare fino alla fine. E' l'ospitalità di dire "grazie" almeno una volta al giorno. E' l'attitudine etica, franca e leale di incontrarsi senza tante pretese. Ana Maria Travaglini de Jennere tanabucci@hotmail.com 26/03/2009 10.32.24 L'Albero Genealogico L'Albero Genealogico mostrato in questo sito mira alla ricerca di una grafica funzionale al comune modo di intendere l'Albero Genealogico e compatibile con uno spazio ristretto quale è lo schermo del computer. Pur mostrando solo 4 generazioni, la scelta grafica permette di navigare nell'Albero, ponendo in evidenza e con maggiori dettagli, il nome richiesto. massimino jisdi@tin.it 01/01/2008 Testamento di Nicola Di Donato - Sciore 'a Cole (ARCHIVIO DI STATO DI CIETI, SEZIONE DI LANCIANO - FONDO NOTARILE) TESTAMENTO DI NICOLA DI DONATO FU COSMO Notaio Euclide Lannutti - Bomba (trascrizione integrale di Costantino Cianci) Numero ventise del Repertorio. Vittorio Emanuele Secondo, per grazia di Dio e per la volontà della Nazione Re d'Italia. ---- Oggi otto maggio milleottocentosessantaquattro. ---- Avanti a me Euclide Lannutti fu Giovannifelice notaio residente in Bomba e de' qui sottoscritti testimoni a me noti, che hanno le qualità volute dalla legge, si è costituito. ---- Nicola di Donato fu Cosmo proprietario domiciliato in Roccascalegna, e pienamente cognito a me notaio e testimoni infrascritti, il quale sano di mente, corretti sensi ed in perfetta loquela, ha richiesto a me notaio a stendere il suo testamento per atto pubblico, al che essendomi mostrato pronto ed accosciente, esso me lo ha dettato come appresso. ---- Io Nicola di Donato fu Cosmo proprietario domiciliato in Roccascalegna fo il presente testamento e voglio che abbia la sua piena e legale esecuzione. ----- Istituisco eredi universali della mia roba in generale i miei nipoti Carmine, Antonio e Nicola di Donato di Berardino, e voglio che detta metà sia formata a preferenza di un terreno seminatorio vignato di circa ottantaquattro are in contrada Stirpare del ponte, confinante, Giovanni de Laureniis strada da due lati; Circa un ettare e sessantaquattro are di seminatorio vignato con sei membri di casa rurale contrada Pagliaio Ciccotrello confinante con strada, Giuseppe di Donato Giovanni de Laurentiis e Venanzio Giangiordano, e fosso della fonte vecchia, ambi nell'agro di roccascalegna. ------ Voglio che suddetti fondi si prendono a corpo e non a misura riserbando l'usufrutto vita natural durante della mia consorte Rosa Guerrini. Voglio pure che in caso di premorienza di uno de' suddetti miei nipoti, allora la porzione di questi dividersi tra gli altri due, oppure prendersi il tutto da uno di essi che rimarrà superstite.---- L'altra metà della mia roba, prendersi, voglio, da mio figlio Berardino - Così Dio mi aiuti. ---- Il presente testamento è stato in guisa dettata dal testatore Nicola di Donato, e da me notaio scritta parola per parola tal quale mi è stato dettato in presenza de' testimoni, ed avendone subito dato lettura ad esso testatore, in presenza de' testimoni, il medesimo ha dichiarato di averlo bene inteso e capito ne di volervi persistere, perchè si contiene la sua ultima e precisa volontà. ------- Fatto e pubblicato oggi sopraddetto giorno, mese ed anno nella Provincia di Abruzzo Citra in questo Comune D'Archi, alle ore tredici, in casa di me notaio sita via del Palazzo, colla lettura chiara e intelligibile di questo intero atto data da me notaio ad esso testatore Nicola di Donato fu Cosmo, proprietario domiciliato in Roccascalegna in presenza de testimoni Giuseppe Cristini fu Natale armiere, signor Leonardo Cicchini di Giuseppe Segretario Comunale, Vitale Sirolli fu Vincenzo proprietarioe e Domenico Sirolli di Nicola muratore, tutti domiciliati in Archi, i quali, sottoscrivono il presente atto con me solo notaio, avendone il testatore dichiarato di non saper scrivere. --- Giuseppe Cristini testimonio Leonardo Cicchini testimonio Vitale Sirolli testimonio Domenico Sirolli testimonio costo dell'atto: Specifica carta . . . . . . . . . . . . . . . .= £ 1,10 Registro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .= £ 6,60 repertorio . . . . . . . . . . . . . . . . . . .= £ 39,00 diritto d'Archivio Art. 143 legge sul notariato = £ 43,00 Onorario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .= £ 6,00 Atessa ventitre maggio 1864. Atti Civili .... foglio 150 - vol. n.442 Testamento fatto da Di Donato Nicola a favore dei suoi nipoti = £ 6,6 n. 375 - per archivio = £ 43,00 Il ricevitore. Massimino jisdi@tin.it 01/01/2008 Nicola Di Donato - Sciore 'a Cole Parlando con Domenico, che mi ha fatto gli auguri di Buon 2008 dall'Argentina siamo finiti sul testamento lasciato da Sciore 'a Cole nel 1864. Bisogna ringraziare Costantino Cianci (della famiglia del Medico Cianci, le cui figlie vendettero l'Uliveto sito in cotrada Capriglia a Berardino-Serrone con Rogito del 1904, dopo la morte di Carmine che fu sostituito dagli eredi Pietro e Vincenzo) sempre secondo Costantino. Ebbene in quel testamento, con la definizione dei beni e dei confini delle Terre cedute in eredità, si delineano alcuni dati utili alla ricostruzione della famigliarità dei Serroni. In particolare le "sei membri di casa siti in Pagliaio Ciccotrello", Colle della Stanga?. Ai tempi della mia infanzia in quel posto si potevano osservare i resti dei fabbricati citati nel Testamento di Nonno Nicola, noi ragazzi ci giocavamo mentre pascolavamo le pecore. Oppure Pagliaio Ciccotrello è l'antico nome di Finocchieto? se così fosse quali sarebbero i "sei membri di casa"? Quelli del fabbricato in quel di Matteo? Non è semplice tradurre il Testamento in 'linguaggio' attuale perchè non vengono citati riferimenti cartastali, come oggi, bensì i confini dei possedimenti con i relativi proprietari ma con un pò di fantasia è possibile ricostruire i 'danni del tempo' alle cose del mondo: l'appezzamento descritto come unico, oggi è diventato un puzle di particelle che hanno seguito i vari eredi succedutisi. Con l'aiuto delle mappe e delle conoscenze dei luoghi, con i termini dialettali e con i ricordi legati al pascolo delle pecore o per averli coltivati, si può concludere che il terreno, oggetto del Testamento, va dal Sabbrone ad Ovest alla Val Barone ad Est ed inizia dalla strada per la Fonte Vecchia, a monte, per finire al Fosso della Fonte Vecchia, a valle, confinando con Di Donato Giuseppe (il nonno di Zì Peppe della Stamga, quello del somaro) per mezzo del fosso che divide anche il Sabbrone dalla Valle del Barone e corre giù fino a confluire con il fosso della Fonte Vecchia. Il confinante, Di Donato Giuseppe dovrebbe essere il nonno di un vecchietto che passava per Finocchieto, quando eravamo bambini, con un somaro da soma, il Somaro di "Peppe della Stanga", che probabilmente non era castrato, come solitamente si faceva con gli animali maschi da usare per i lavori agricoli, e quindi al suo passaggio era un continuo ragliare giacchè passando vicino alle stalle sentiva gli odori delle asine ivi ricoverate. L'appezzamento più piccolo, è tra quelli di Macario, quelli di Lello e le Piane di Macinaro cioè il Fosso di "Stirpare del Ponte". Forse la denominazione "Stirpare del Ponte" deriva dal fatto che sul confine Est, a valle di quell'appezzamento c'è un ponte per il superamento del fosso omonimo, per l'acquedotto del Comune di Altino. Se fosse così sarebbero comprensibili le varie frane che a nostra memoria hanno deturpato la zona, stante la precarietà per noi famosa di quell'acquedotto. Il Fosso "Stirpare del Ponte" scorre vicino alla Fonte Vecchia e da quel punto in poi diventa "fosso della Fonte Vecchia", che costituisce il confine dell'altro appezzamento oggetto del testamento. Il confinante Giangiordano Venanzio dovrebbe essere il padre di Silvestro che, secondo il figlio Venanzio, vecchio nella nostra infanzia, avrebbe ucciso il bandito "Lebberte" (probabilmente Roberto di nome). In questo caso abbiamo 5 generazioni con due nomi: l'ultimo Venanzio è nato nel 1947. Anche Giovanni De Laurentiis non è il Gionanni di Lello che abbiamo conosciuto noi (della decima generazione secondo l'Albero Genealogico prposto da Massimino), e amico fraterno e di "sventure amorose" di Nonno Vincenzo. Queste proprietà cosi "antiche" testimoiano la pratica molto diffusa, in zona allora, di non ratificare i passaggi di proprietà a causa degli elevati costi, come dimostra il costo del testamento di "Sciore a Cola". Ho notizie di Atti di Divisione fra eredi in cui le proprietà venivano intestate per usucapione giacchè non esistevano documenti ufficiali validi. Massimino Massimino jisdi@tin.it Rocca, 07/03/2002 10:49 La Festa D'inverno a Carnevale I giorni precedenti la festa c'era sempre qualcosa da fare. Dolci, macellare polli e conigli per gli invitati, adobbare la casa per il ricevimento e tante altre cose che venivano in mente agli astanti per meglio completare la festa. Quella mattina alcuni si svegliarono tardi rispetto al programma della giornata ma questo non generò problemi, risolvemmo andando a comprare i ravioli da un artigiano che li prepara con metodi tradizionali. In quel periodo, gennaio inoltrato, la campagna dorme, non si prevedono molte attività agricole, a parte quelle domestiche, che si possono dividere in due grandi gruppi: uno tradizionalmente maschile e l'altro tradizionalmente femminile. Le donne tessono, realizzano indumenti, maglia per i vari usi. Gli uomini oltre ad accudire le varie stalle realizzano o riparano gli attrezzi di lavoro, dai cesti di vimini o altri vegetali come le canne variamente spaccate, germogli di varie piante più elastiche. Fra queste spicca l'ulivo che è la più resistente all'usura: con i germogli radicali dell'ulivo, opprtunamente ammollati in acqua, si realizzano cesti resistenti persino al trasporto dei sassi. Il 17 gennaio festa di S.Antonio Abate inizia il periodo di carnevale. Al mattino si ricevette il prete per la rituale benedizione delle stalle ed al pomeriggio partimmo per il giro dei "Sant'Antoni", per cui ci eravamo organizzati, e che consiste nel girare le case del circondario inscenando una battaglia tra S.Antonio ed il diavolo con un pubblico che partecipa anche, come comparse, seguendo le rappresentazioni. Tutti vestiti in costume secondo la tradizione tramandata nei secoli. Durante il giro si invitava gli astanti alla festa organizzata per la sera. Chiunque era invitato alla festa, che secondo la tradizione locale, smplice come le condizioni socio economiche del locale mondo agricolo. Oggi tali condizioni sono, naturalmente, diverse dal passato e quindi anche la festa si adegua pur rimanendo fedele alle filosofie tradizionali del luogo, specialmente dal punto di vista culinario. La festa, stante la grande quantità di invitati previsti, fu svolta presso un locale ristorante, affittato per l'occasione. al posto del tradizionale fisarmonicista c'era un orchestra ed il tradizionale bicchiere di vino della casa era accompagnato da una gran numero di bevande di ogni genere. Solo i dolci e gli stuzzichini erano rimasti rigorosamente tradizionali: nessuno li voleva diversi. Le feste si ripetevano ogni giorno in case diverse ed erano immancabilmente visitate da compagnie di mascherati. Ogni sera veniva raccolto una votazione popolare, per le varie compagnie, che venivano premiati il giorno di Carnevale nella festa finale. Il periodo pasquale, dopo la Quaresima, e l'inverno lascia il posto al senso del risveglio, le campagne si riempiono di verde e di fiori, ed invitano a lunghe passeggiate. Cera chi amava andare a cavallo, chi preferiva andare per i boschi a conoscere le varie piante selvatiche e commestibili come funghi ed asparagi e chi preferiva dilettarsi nei lavori dei campi. In primavera, da quelle parti, si seminano i legumi, il granturco, le patate, si trapiantano gli ortaggi e si curano i vigneti. Spesso sono attività faticose simili a quelle intense che si praticano in palestra ma con la variante che nelle pause si possono raccogliere varie verdure selvatiche da fare in insalata o cotte per il conteorno. A sera, generalmente soddisfatti e realizzati, spesso non si sente neanche la necessità di altro, si è pronti per lunghe dormite ristoratrici. E' stato piacevole quando, 5 o 6 mesi dopo che ero tornato a casa, andai a ritirare nei sotterranei della Stazione Centrale un pacco, spedito la sera prima, che conteneva le pannocchie fresche da arrostire sul barbecù di casa. Avevano una fragranza che non avevo mai gustato prima. Anche il gusto della fatica che avevo fatto per seminarle diventò più intenso. Sapere che quelle pannocchie c'erano perchè le avevo volute: avevo fatto il necessario perchè potessero essere disponibili e che la cosa poteva ripetersi quando avrei voluto. Quella vacanza aveva qualcosa in più dell'altra trascorsa alle maldive. Mi dava un senso di sicurezza: so come fare! massimino jisdi@tin.it 07/03/2002 Cosmo detto Cane Bianco

L'antenato di Serrone era Cane Bianco.

Secondo i racconti dei "vecchi", "cane bianco" era l'appellativo con cui veniva identificato un signore che abitava presso la sommita'; del "Colle di Cosmo" che prende il nome proprio da lui che si chiamava Cosmo.

Secondo nonno Vincenzo, Cosmo, che fu detto del Cane Bianco, venne raggirato e indotto a firmare un documento che lo espropriava della sua casa sita nel centro urbano di Roccascalegna. Per questo motivo fini'; a Finocchieto, contrada di Roccascalegna, sul colle che ancora oggi porta il suo nome, dove possedeva un casolare (Svil.G) che ho conosciuto perche' era vicino alla scuola elementare di Finocchieto.

Il sig. Cosmo era "ricercato" perche'; gestiva una "monta verrina", di sua proprieta', che viniva usato dai contadini della zona per ingravidare le proprie scrofe.

I suoi discendenti danno vita a due stirpi del luogo: i Matteo ed i Serrone.

I Matteo sono meno numerosi dei Serroni.

L'insediamento principale dei discendenti di Cosmo, Matteo, Nicola e Carmine, che a tutt'oggi costituisce il nucleo centrale della contrada, e' ai piedi del Colle di Cosmo, in luogo meno esposto e piu' accessibile. Il luogo di origine di Cosmo, sempre secondo nonno Vincenzo, sarebbe stato la provincia di Caserta.

I Serrone, discendenti di Berardino, figlio del suddetto Nicola, hanno avuto momenti di notevole importanza per il luogo. Ancora oggi e' possibile trovare qualche famiglia in vista.

Molti "serrone", Di Donato di cognome, sono emigrati da Roccascalegna, in vari tempi. Ci sono dei rami in Argentina ed altri in varie citta' italiane.

L'origine remota, per il tempo, della famiglia Di Donato ed il luogo d'origine incerto potrebbe anche deporre a favore di Serrone, Comune della Provincia di Frosinone in ciociaria. A proposito, Come si chiamano gli abitanti di Serrone? Noi li abbiamo chiamati Serroni!

A Roccascalegna sono molti i Di Donato. Sono diffusi in parecchie contrade e nel capoluogo comunale. Ne troviamo a Collebuono, alle Solagne "quelli di Maccheluccie" (di Micheluccio), a Fontacciaro, nel capoluogo comunale abbiamo "quelli della Stanga", a Finocchieto e Collegrante "quelli di Serrone", ad Articciaro in zona Taccone, il ramo dei Di Donato a Collegrande e' ultimo insediamento dei serroni e dei Matteo.

Ma i Di Donato, a Roccascalegna, quando sono arrivati?

Non è dato a sapere quanti figli ebbe Cosmo Cane Bianco. quel che e' certo e' che uno di essi era Nicola padre di Berardino detto Serrone. I figli di Berardino hanno "rinnovato" i nomi di Cosmo e Nicola, i nipoti di Berardino hanno "rinnovato" i nomi di Berardino, Cosmo e Carmine (figlo di Berardino e padre di nonno Vincenzo), poi ritroviamo Carmine, Nicola, Cosmo e Berardino e siamo ai giorni nostri. Con i nomi più ricorrenti e piu' vicini a Berardino si puo' solo immaginare degli scenari, stando ai racconti, che avvalorano la tesi che Nicola fosse figlio di Cosmo (Cane Bianco).

Notizie certe non ce ne sono ma alcuni racconti fanno supporre che tra i figli di Cosmo ci fossero anche Matteo e Carmine. Se poi si dovesse dar valore ai beni immobili ereditati dobbiamo registrare che i Matteo hanno abitato, fino al 1980 in un caseggiato condiviso con i Serroni in parti uguali, anche se negli ultimi decenni del secolo XX ci sono stati degli avvicendamenti. Qualcuno dei vecchi parlava di citazioni, in atti notarili riguardanti Vincenzo76, tipo "detto Cane Bianco" in riferimento al proprieterio del bene in atto.

Sempre dai racconti, Nicola, padre di Berardino, sarebbe nato nel caseggiato (Svil.F) comune con i Matteo ma da adulto ha costruito una nuova casa, dove abitare da sposato, nell'attuale cetro della contrada (allora Pagliari Ciccotrella Svil.C), condiviso, il Centro, con un'altra grande famiglia del posto: i Venanzi. Alla costruzione originaria si sono addossate altre costruzioni successive fino a divetare una specie di grande condominio con altre costruzioni vicine. Realizando una sequenza continua dalla prima casa, costruita presumibilmente da Cosmo alla base del colle omonimo, all'ultima (Svil.D), seguendo la strada, costruita presumibilmente da Berardino padre di Carmine e nonno di Vincenzo76, a cui sono statte addossate altre due abitazioni gemelle finite in eredità a Vincenzo76 e suo fratello Pietro. Anche i possedimenti agrari, spesso confinanti farebbero propendere per una comunanza ereditaria tra i Serroni ed i Matteo. A riguardo è bene considerare che la quasi totalita' dei possedimenti dei Serroni sono stati acquisiti da Berardino giacche' il testamento del padre Nicola, redatto nel 1864 in favore dei nipoti Carmine, Antonio e Nicola e' poca cosa rispetto ai possedimenti totali dei Serroni nel XX secolo. Ad intrecciare ulteriormente i legami c'e' la storia di Carmine, figlio di Cosmo e fratello di Nicola e Matteo. Carmine , detto "Giacchenielle" ebbe tre figlie Marta Annantonia e MariaRosaria ( Za' Maresarie"). MariaRosaria sposa Antonio che essendo il figlio di Berardino sposa una donna della generazione precedente alla sua, cioè la cugina del padre se Carmine è fratello di Nicola. Porta in dote un quarto del fabbricato di matteo. Marta sposa Fiorangelo Giangiordano, capostipite dei Venanzi, portando in dote un quarto del fabbricato di matteo. Annantonia sposa Damiano Olivieri, di Collegrande, non ho notizia della dote, forse solo terreni. I serroni si imparenteranno ancora, in seguito, con i Damiano. Vedi la figlia di Pietro figlio di Carmine e, una generazione dopo, Maria figlia di Vincenzo76 sempre figlio di Carmine. La grande differenza di età, all'epoca, tra i primi figli e gli ultimi crea confusione, in base ai nostri canoni, nella ricostruzione delle discendenze. Vincenzo76 ha sedici anni meno del fratello Pietro aggiungendo il matrimonio precoce di Pietro e tardivo di Vincenzo76 abbiamo un lustro di differenza tra i cugini, una generazione!
Massimino jisdi@tin.it 07/03/2002 Quelli di "Matteo" I "Matteo" abitavano a Finocchieto, in un complesso molto vecchio. Stanze basse, come molte altre, a valle della strada in corrispondenza della casa di Cosimo (il Cane Bianco) che era a monte. Notizie dirette, nel senso che siano discendenti di Cosimo, non ne ho ma stati di fatto e atteggiamenti delle famiglie concordano con la discendenza dal Cane Bianco. Tra i matteo ricorre il nome Sebastiano che potrebbe essere il secondo figlio di Cosmo Cane Bianco. Una ipotesi potrebbe essere che Sebastiano si insedia in quel di matteo ed il fratello Nicola nel nucleo centrale di Finocchieto (Pagliari Ciccotrella) quel dei Serroni. L'altra ipotesi, in base ai dati trovati da Costantino, sarebbe Francesco il terzo figlio di Cosmo Canebianco che ebbe Carmine (Giacchenielle) il quale ebbe solo tre figlie femmine Annantonia, Marta e Maria Rosaria che sposerà Antonio figlio di Berardino (Serrone) in tal caso sarebbe Francesco ad insediarsi nel fabricato adiacente a quelli di Matteo, anziché Sebastiano che sarebbe un nome derivato da un ramo materno. Secondo questa ipotesi Giacchenielle sarebbe cugino di Berardino Serrone e quindi Antonio, figlio di Berardino sposa una "seconda" cugina. Massimino jisdi@tin.it 07/03/2002 Serrone

Il significato di Serrone si perde nella notte dei tempi. Le notizie sono fantasiose e confuse. Il "torrone", che dialettizzato diventa "terraune", vorrebbe essere tra le origini di questo soprannome per via della novita' che assumeva, ai tempi per Roccascalegna, questo dolce cremonese, allorche' venne regalato alla propria fidanzata da un nostro avo. Da "torrone": "terraune": "serraune". Che ritradotto in italiano ridiventa Serrone. Guarda caso e' anche il nome di un Comune della Provincia di Frosinone nella Ciociaria: comunita' di qualche milliaio di abitanti. Forse è il caso di ricercare l'origine dell'uso delle Cioce tra i contadini della zona.

"Scior 'a Vardine" cioe' nonno Berardino pare sia stato un antenato irrequieto. Si raccontava (sono deceduti i narratori) che sia stato oggetto di un tentativo di furto per via del gruzzolo che aveva accumulato per l'acquisto di un appezzamento di terrrreno di proprieta' di un medico ( ancora attualmente qualcuno indica l'appezzamento come "quello del medico" anziche' Capriglia). Data l'appetibilita' dell'appezzamento, era piantumato ad ulivi e viti e tutt'ora ottimo terreno, c'erano altri pretendenti, che, forse, organizzarono il furto con la complicita' di un certo Carmine Di Donato, abitante in quel di Matteo, pare, per sottrarre il gruzzolo a Berardino in modo da eliminare un concorrente nella contrattazione per l'acquisto.

Una delle tre figlie di Carmine, Marta, sposerà Antonio figlio di Berardino Serrone.

Il colpo pero' non riusci'. Berardino, che era ritenuto "timido", si accorse in tempo del pericolo che correva e nascose in modo introvabile il gruzzolo contenuto in una borsa: la famosa borsa delle piastre. Al tempo Roccascalegna, se non era ancora sotto il dominio del Regno Delle Due Sicilie retto da Francesco di Borbone erano passati pochi anni dall'Unità d'Italia. Piastra era, forse, la denominazione popolare della moneta borbonica del tempo. Berardino, quando senti bussare alla porta, si rifiuto' di aprire adducendo l'ora tardi ed il fatto che non riconosceva nella voce nessuna persona a lui nota ma i ladri, per farsi aprire, dissero di essere in compagnia di Carmine di Matteo (detto Giacchenielle) ben noto a Berardino giacche' era suo lontano parente, dell'altro ramo della discendenza di "Cane Bianco". Era molto divertito mio nonno quando raccontava il dialogo che intercorse fra i ladri che erano penetrati in casa e quelli rimasti fuori (in particolare Carmine di Matteo) e che suggerivano il luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi la borsa. Carmine forse aveva visto la borsa frequentando la casa di Berardino e quindi diceva: "dovrebbe essere li, sopra la cassapanca (cash), forse sotto a qualche straccio!". Qui' non c'e' nulla rispondeva l'altro da dentro.

Stufi di cercare, i ladri se ne andarono a mani vuote. Il terreno fu in seguito acquistato ma Berardino non fece in tempo a fare l'atto notarile, prima di morire. L'atto notarile fu steso nel 1904 dai filgi di Berardino, Nicola, Antonio e dagli eredi di Carmine, Pietro e Vincenzo. La vicenda, connessa al tentato furto della "borsa delle piastre", è travagliata: dopo il tentato furto della "borsa delle piastre" il terreno fu acquisito dai di Tulio (quelli di Crispi o Jesappille) ma non riuscendo a pagare l'affare andò a monte. Fu quindi acquistato da Berardino di Serrone allo stesso prezzo pattuito dai Di Tulio, a ribasso per via dell'uscita di scena di Berardino a seguito del furto (non riuscito) della borsa delle piastre.
Massimino jisdi@tin.it 07/03/2002 La stalla delle pecore di Berardino La stanza da letto frugata dai ladri era situata sopra alla stalla delle pecore e con essa comunicante mediante una botola (cataratta). Il gesto sara' stato facile e veloce. Alzare il copperchio e lasciar cadere la borsa di sotto fu un solo gesto.

Poi (ai tempi nostri era gia' noto) si seppe che la borsa delle piastre era finita nella stalla tra le pecore: i soldi sporchi! L'appezzamento fini' nelle mani del "timido" Berardino. Ancora oggi i discendenti ne godono i pregi. Nonno Vincenzo lo chiamava "quello del medico".

Berardino sarebbe l'estroso giovane che a Natale regalo' alla fidanzata un torrone. Dolce sconosciuto, allora, ai piu' di quei luoghi e che suscito' in loro lo stupore al punto che Berardino divento' "quello del torrone" che in seguito dovrebbe essere diventato "Serrone".

Massimino jisdi@tin.it 04/03/2002 Nanna Lucia "Nanna Lucia" era la moglie di Berardino. Il giorno del loro matrimonio, qualche buon tempone, penso di indurre il prete ufficiante a mettere in difficolta' Berardino, stante la nomea di timido di cui era vittima. Non si sa' quanto dovuto al torrone. Sicche' al momento delle formalita' legali il prete chiese a Berardino cosa facesse "al suo cospetto" ed il timido, con la dovuta irritazione, rispose: "che sei cecato? Non vedi che sono insieme a Scutti Lucia? ... Ci vogliamo sposare!" Il fatto naturalmente ebbe la conseguente risonanza visto che il timido tiro' fuori la grinta al momento debito. Berardino detto Serrone, abitava nella casa al centro di finocchieto, che costituisce un po' il centro storico della contrada, tutt'ora abitata da un giovane Nicola loro discendente. Ho trovato anche il ricordo di un pozzo per la raccolta dell'acqua piovana, principalmente, anche se quello di Nanna Lucia era scavato in un pianoro a valle di Finocchieto dove confluivano le acque infiltrate sul pendio sovrastante e circostante. In quel luogo la falda riaffiora un poco, a giudicare dall'effetto prodotto dalle frane. Nanna Lucia aveva anche un attrezzo per la cardatura del lino. La cultura contadina è stata sempre volta all'utosufficienza. Dovrebbe essere in qualche scantinato dei Serroni ma è stato dismesso da molto tempo. I contadini hanno imparato anche loro ad apprezzare il lino filato dalla infaticabilità della macchina. Massimino jisdi@tin.it 07/03/2002 La Vacca che mise nei guai Carmine

La sera del 23-9-1976, dopo il calar del sole, mentre ero intento rigovernare le stalle, il quel di Macario, udendo un tramestio insolito nella vegetazione del bosco adiacente, attivai l'attenzione verso il rumore.

Di li' a poco vidi spuntare dal bosco ed attraversare il campo di granturco un uomo che traeva al capestro una mucca con il vitello "appresso".

Come mi fu vicino riconobbi nell'uomo Vincenzo di travarielle (Vincenzo Cianci). Al che gli dissi: "che diamine, Vincenzo, cosi' mi rovini il granturco!". Lui si scuso' motivando la strana scorciatoia con la cagionevolezza della mucca e del vitello, partorito solo da pochi giorni. Sai? Aggiunse. Li ho comprati al di la' del fiume (fiume Sangro) ed allora ho approfittato del fresco della sera per non affaticarle troppo con la calura del giorno.

Siccome ormai era alla fine del campo e vicino alla strada continuo' nel suo tragitto riprendendo la strada e ando'.

Finite le mie faccende mi appartai nel mio solito angolo, una specie di nicchia tra i rovi (Vecake), per recitare la mia "agimus" quotidiana. Mentre ero immerso nella mia preghiera udii altri tramestii intorno alla casa ma siccome le Preghiere sono Sacre non mi distrassi.

Di li' a qualche giorno, mentre attendevo a delle commissioni vicino a Bomba, sentii delle voci circa il furto di una vacca con vitello e lo ricollegai allo strano incontro senza pero' rifletterci troppo. La dovuta riflessione dovetti farla pero' quando qualche tempo dopo (16-12-1876) arrivarono a casa dei gendarmi per portarmi in galera con l'accusa di furto.

Questo bellimbusto, forse, indusse le autorita' a verificare le tracce lasciate dalla mucca ed il vitellino nel campo di granturco adiacente alla mia stalla e quindi traendo la conclusione che le due bestie avessero finito li la loro strada entrando in quella stalla. Durante il processo, durato tre anni, scoprii che mi aveva accusato deliberatamente, insieme agli altri, avendo riconosciuta la mucca nella mia stalla, forse a seguito della visita che vi fece per l'acquisto di un maiale, secondo gli interrogatori. Da cio' l'accusa.

Allora mio figlio Vincenzo, il piu' piccolo, aveva tre mesi. Quando lo rividi, uscendo dal carcere, aveva tre anni. Fu come vederci per la prima volta. Imparammo ad essere padre e figlio.

Nell'udienza chiave di quei tre anni di calvario il nuovo avvocato, Tozzi, in un interrogatorio di Vincenzo Cianci, in qualita' di testimone, nel momento che arrivo' alla domanda chiave ebbe a dire: "Carabinieri alla porta! che Vincenzo Cianci! lo faro' diventare Vincenzo cencio!".

Questa frase rimarrà famosa, anche per la fantasia del nostro avvocato che ha saputo accostare il cognome ad un oggetto molto eloquente per il caso (il cencio di stoffa: una nullità).

Sembra che quella fu l'udienza chiave e conclusiva del mio calvario carcerario.

Mio figlio Vincenzo rimase, naturalmente, molto colpito dalla mia assenza. Tanto che al mio ritorno piu' volte e a piu' riprese mi indusse a raccontargli la vicenda. Sono certo che, a sua volta, la raccontera' ai suoi figli e forse anche ai nipoti, tanto era il risentimento che mostrava per quell'uomo, la cui famiglia aveva imparato a conoscere: abitavano lungo la strada che porta al capoluogo comunale. Ci passava vicino tutte le domeniche, recandosi a messa,


E' in queste circostanze che mi tornava in mente la mia "agimus" recitata quella sera, e quanto le preghiere possono aiutare. Sono arrivato a pensare che i tramestii uditi, mentre pregavo, fossero dovuti al ritorno indietro di Vincenzo Cianci per "aggiustare" il testimone al suo passaggio.



Massimino jisdi@tin.it 07/03/2002 Vincenzo il Bersagliere

Vincenzo Di donato (Vincenzo di Z'a Massimina), nato il 10 luglio del 1876, era l'ultimo figlio di Carmine. Pietro il maggiore era di 16 anni piu' vecchio di Vincenzo. Vincenzo si sposo' a 28 anni con Massimina De Laurentiis nata il 5 aprile del 1885, della famiglia dei "Giacchette" di Roccascalegna.

Vincenzo deve essere stato un personaggio interessante. Si racconta dello stupore suscitato nella famiglia della sua fidanzata Massimina allorche' lui entrava in casa dicendo "Gesu' 'Marie" anziche' buongiorno o buona sera.

Il carattere fuori dall'ordinario di Vincenzo deve aver indotto suo fratello Pietro a pensare che Vincenzo non si sarebbe mai sposato e quindi sarebbe stato propedeutico dargli un erede, con il suo stesso nome, per acquisirne l'eredita' forse. Ciò deve aver indotto suo fratello Pietro a chiamare Vincenzo (Vincenzo di Macinaro, dalla contrada dove abitava) il suo secondo figlio, il primo si chiamava Carmine come quello della "vacca". E' probabile che fu a seguito del matrimonio che Pietro decise di vendere la propria quota della casa, ereditata dai genitori, adiacente a quella di Vincenzo. All'epoca un giovane che non era sposato intorno ai vent'anni veniva dichiarato scapolo a vita. Si racconta di Marta, moglie di Nicola (Zì Culuccie) sposati ma senza figli, che avrebbe messo ben a frutto la disponibilita' della loro eredita' spadronegiando a destra e a manca nel parentado.

Probabilmente Vincenzo non deve aver gradito l'attenzione del fratello (Nicola era loro zio) e decise di sposarsi, vanificando eventuali programmi, altrui, sulla sua eredita'. Una volta messo su famiglia, a seguito del matrimonio, diventava improrogabile la divisione, fra lui ed il fratello, della loro eredita'. In seguito, Pietro vendette ai Venanzio, che l'hanno posseduto fino al 2006, una coppia di stanze della sua eredita', attaccate all'isolato dei Di Donato in fondo a Finocchieto.

Alla porzione di casa era associato un appezzamento di terreno situato proprio davanti all'uscio di casa di Vincenzo. Anche quel terreno fu venduto ai Venanzio. Non si hanno notizie chiare ma dal fatto scaturi' una lite, fra i fratelli, durata fino alla morte.

Amelia, la nipote di Vincenzo, racconta che quando Ermelinda, nuora di Vincenzo, riferi' della morte di Pietro, Vincenzo disse che suo fratello era morto gia' da molti anni: inutile andare al funerale visto che non ci si era rispettati in vita.

L'odio e' contagioso se non curato a dovere, occorre spogliarlo della sua sacralita'. Questo non e' successo con Pietro, anche suo figlio Vincenzo deve aver conservato una certa ammirazione nei confronti dello Zio Vincenzo, fratello di suo padre. Sara' per via di un favoloso appezzamento di terreno comprato da zio Vincenzo per suo genero, Michele, e poi finito "nell'eredità" di Vincenzo nipote.

La gioventu' non cambia mai! Se ne stupiva anche Vincenzo quando raccontava del rapimento della sua futura cognata, la moglie di Pietro, Serafina.

Il ricordo di quei racconti stupisce ancora oggi, forse perche' non e' semplice rispondere ai perche'. Vincenzo raccontava tante cose, ai nipoti che erano poco piu' che bambini, quando lui mori'.

Comunque Serafina, originaria di Articciaro contrada a valle di Finocchieto, fu oggetto di ratto per non fargli sposare Pietro Di Donato di Serrone. Serafina era una ricca ereditiera, Pietro un "benestante" dei Serrone e qualcuno, non si sa chi, era invidioso di quel matrimonio. Ma Pietro, quando lo seppe, disse che lui l'amava e l'avrebbe sposata anche con i figli. Bella determinazione!

Era anche sveglia Serafina. Nel ratto fu condotta in una casa sopra ad una altura ai piedi di Aia di Rocco e sovrastante Roccascalegna, "Puntecchio". Serafina vide dalla finestra il paese ma non era sicura di quale paese fosse (quando mio nonno lo racconto' mi sembrava una favola) dato che non aveva mai visto Roccascalegna da quell'angolazione che non gli faceva scorgere il castello, forse, allora chiese al pretendente che la illumino'. Nella testa della prigioniera subito si delineo' un piano. Consigliò al pretendente di prepararsi per andare dai suoi parenti, anch'essi a Roccascalegna, visto che non c'era motivo di ritardare il fatto ed in particolare di radersi giacche' aveva la barba lunga. Il pretendente lieto per l'accondiscendenza della rapita non si fece ripetere la cosa due volte e si apparto' per radersi. Serafina, rimasta sola, salto' dalla finestra (forse era al piano terra) e si diresse verso La Rocca, correndo giu' per i campi. Pare che nella corsa, giunta presso dei contadini che stavano "scassando", cadde nello "scasso", il solco formato dal dissodamento profondo del terreno in questo tipo di lavorazione. Ringraziato i contadini che l'avevano aiutata a rialzarsi, Serafina ando' dritta da alcuni parenti che aveva in paese, a cui racconto' l'accaduto e si fece aiutare per tornare a casa. Pare che Serafina sia rimasta talmente sconvolta dal ratto che maledisse la famiglia di origne del pretendente scongiurando la possibilità per i suoi discendenti di imparentarsi con i discendenti della famiglia del rapitore.

Associata a questo racconto c'era anche quello relativo al ratto per conto di un amico fraterno di Vincenzo, Giovanni De Laurentiis di quelli di Lelle. Lui ne era orgoglioso perche' nel parapiglia, alla luce fioca del "lume" ad olio vergine di oliva, quello usato per le fritture, l'amico che stava per avere la peggio grido': . A quel grido la ragazza, Lavina di quelli di Raite, smise di opporre resistenza ed esclamo: . A queste parole pero' Vincenzo se la diede a gambe lasciando l'amico nei guai. Il resto non veniva mai chiesto ma era facile da indovinare. La moglie dell'amico, che abbiamo conosciuto, non era quella del ratto. E neanche Vincenzo si sposo' in quel frangente, dato che fu a lungo considerato lo scapolo di famiglia. Si sposo' a 28 anni (molto tardi per il tempo) con Massimina De Laurentiis.

Spesso raccontava anche di quando era a militare, tempo di pace visto che compi' 18 anni nel 1894. La cosa che stupiva di piu' era quella del commilitone mutilato, che "poverino si urinava giu' per le gambe". Aveva girato molto, da militare, raccontava di Belluno, Rovereto dove dalla postazione di guardia doveva rispondere "allerta sto'" quando sentiva dire "sentinella allerta!". E quando sognava di vedere, lontano, il castello di Roccascalegna, dal campanile della chiesa di S.Giustino a Chieti.

Anche il racconto della vicenda giudiziaria di suo padre, Carmine, lo appassionava molto specialmente per quella frase, rimasta famosa, pronunciata dall'avvocato del padre nell'udienza conclusiva del calvario: "Carrabbbinieri alle porte! ... che Vincenzo Cianci lo faccio diventare Vincenzo Cencio!". Ancora oggi la si sente dire nelle occasioni opportune. Nonno Vincenzo lo ripeteva spesso durante il raconto di quella vicenda.

Gli eredi comunque ne fanno buon uso. Lo si deduce dal suo comportamento avuto quando Michele, genero dello 'Zio Vincenzo', torno' dall'America, nel 1953 circa. In quella occasione si costitui' una coalizione, fra Vincenzo di Macinaro ed il fratello di Michele, l'Americano, Emidio, per indurre Michele a rivedere la sua decisione di lasciare la gestione dei propri averi nelle mani del suocero. Questa coalizione si adopero' a far cambiare idea a Michele sull'affidamento della procura per la gestione delle sue proprieta' in Roccascalegna. La scelta del procuratore cadde (in ultima analisi, dopo l'assegnazione al fratello di Michele che la perse, pare, per un complotto dei "testa di morto") sul figlio di Vincenzo di M. Rocco anziche' Cosimo, figlio di 'Zio Vincenzo'. I motivi di tali trame sono oscuri come sono impensabili le argomentazioni che indussero Michele alla decisione. La cosa piu' certa e' che tutte derivano dal retaggio culturale della gente del luogo, anche se aiutata dalla cultura dell'emigrante americano. L'altra cosa certa e' che nella casa di zio Vincenzo c'era un solo "libretto di risparmio postale", quello intestato a Michele Olivieri. Altri soldi non c'erano, stiamo parlando del 1953 circa, il terreno fu acquistato prima della Seconda Guerra Mondiale e prima del matrimonio di Cosimo, ultimo figlio di Zio Vincenzo.
Massimino jisdi@tin.it 07/03/2002 La Fonte Vecchia La Fonte Vecchia è stata, fino al 1971, l'unica fonte di acqua potabile della comunità di Finocchieto. Questa era una "località". Era meta di un intenso via vai di gente di ogni genere e di ogni età. Generalmente, però, era solito incontrare bambini e ragazzi, che ora diremmo in "età scolare", intenti a portare acqua potabile a casa. Il trasporto avveniva con due barili di circa 40 litri ciascuno, legati ai lati del basto di un asina, a Finocchieto c'erano solo un somaro ed un mulo ed un cavallo, e venivano riempiti, sempre legati al basto, con un "tragno" ed un imbuto che erano l'armamentario per trasporto dell'acqua. Può sembrare banale ma tra i divertimenti, spinti, di quei bambini c'era la conta delle cadute di questi attrezzi, che solitamente erano rovesciati sopra ai due barili sfruttando l'insenatura formata tra la rotondità del basto e quella del barile, a volte per "dispetto" all'altro viandante proveniente in senso inverso. Lo scartamento fatto dall'asina per evitare, senza riuscirci, l'altro carico provocava la caduta del "tragno" che era più instabile, ma a volte anche dell'imbuto. "L'armamentario dell'acquaiolo", ai tempi, era costruito con lamiera zincata (latta) e cadendo sui sassi della strada si ammaccavano, naturalmente. Le ammaccature erano considerate, alla stessa stregua degli strappi sulla bandiera del soldato, il frutto dell'atto eroico profuso per evitare l'impatto tra i carichi, che avrebbe potuto rompere anche i barili. Ma non si incontravano solo "vetture". Spesso c'erano gruppetti di donne, con la "conca" in testa e la "calza" tra le mani, che attingevano l'acqua per preparare da mangiare ai famigliari che gli avevano tolto l'asina per svolgere altri lavori di trasporto. Fieno, covoni, legna e quant'altro c'era da portare a casa, bambini che attingevano acqua da portare ai familiari che lavoravano in qualche campo non molto lontano e qualche passante che usava la Fonte Vecchia come bar per ristorarsi durante il cammino. Un mondo, c'era intorno alla Fonte Vecchia, che la consumava la intorbidiva. Qualcuno, di nascosto, si divertiva anche a intorbidire l'acqua per ritardare l'approvvigionamento del successivo. Spesso però l'acqua era torbida per l'eccessivo attingere: quando il livello si abbassava il rimestare troppo vicino al fondo smuoveva il deposito sul fondo. In proposito è gradevole ricordare le volte che "i grandi" si recavano alla Fonte per lavarla. Venivano estratti tutti i sassi, lavandoli, e poi si ripuliva il fondo dell'incavo dalla melma depositata. Infine si rimettevano i sassi che avevano lo scopo, principale, di proteggere il deposito melmoso dal rimescolare dei "tragni" e quindi evitare che dell'acqua si intorbidisse. Oggi, alla vista di tanti filmati che descrivono la vita delle popolazioni africane, ad esempio, mi riaffiorano questi ricordi e mi accorgo di esser vecchio. La nostalgia mi prende e mi fa chiedere da cosa si possa dedurre la qualità della vita. Oggi quella, da bambino, mi sembra alta anche se cruda. Reale tangente alla natura, concreta. Nulla era fatto tanto per fare, a parte gli scontri con i barili, anche il gioco era propedeutico alla vita, spesso rasente al rischio. Oggi quel rischio non mi sembra neanche fuori luogo. Non vedo maniere meno rischiose ed altrettanto valide per misurarsi con la realtà cruda del vivere con le proprie forze. Le proprie capacità intrinseche. Al "mediazione" era molto limitata: l'asina al posto della propria schiena, l'aratro o la zappa al posto delle mani. Al fianco della fontana passava un ruscello, entro cui si riversava il travaso, che poco più a valle riforniva un "invaso", largo qualche metro, costruito da certo Berardino, pronipote di Serrone, che lo usava per irrigare "l'orto" che non era neanche male. Alle quote di Finocchieto non è disponibile acqua per l'irrigazione e quindi "l'oasi" costituito da quell'orto era un fatto rilevante. Non solo orto ma anche pesca. Credo di ricordare che Mingo e gli altri cugini prendessero anche dei granchi, nell'invaso. Mi fa sorridere la frase ma è la verità. In realtà non è che fossero tanto. Una volta insieme a "zio Giovanni" (compagno di studi di Berardino) abbiamo misurato la portata della sorgete Fonte Vecchia, per verificare la fattibiltà di un acquedotto alimentato da una pompa posta dentro l'incavo della fontana. Era estate e il tutto si risolse nella sudata per andare e venire mentre lo Zio mi spiegava i pregi e le difficoltà di una tale impresa. matteo DDmodb9 image

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